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Di seguito si riporta solo un articolo che trovi all'interno di Braille News n. 14 del 04/04/2020

(articolo de il Tempo)

- Coronavirus, si allunga la clausura. Ora qualcuno pensi a come uscirne

Il governo si affida solo ai virologi che non sanno quando terminerà davvero il contagio. Non abbiamo i 100 miliardi che così perdiamo ogni mese. Serve ora un piano per riaprire

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte lunedì è stato un'ora in visita privata da Papa Francesco, ed entrambi hanno mantenuto il più stretto riserbo sui contenuti del colloquio. Però uscito da lì il premier ha fatto trapelare l'intenzione di prolungare la chiusura di ogni attività in Italia fino a dopo Pasqua, e allora devo desumere che Conte abbia chiesto in prestito al Papa le famose chiavi di San Pietro. D'altra parte, fino ad ora la principale attività del governo è stata quella: chiudere, chiudere, chiudere. Per fare quello non ci voleva chissà chi: bastava e avanzava uno qualsiasi degli ottimi portinai che poco dopo il tramonto serra tutti i portoni di Italia. Certo, sono gli “scienziati” a suggerire al governo quella misura: virologi e infettivologi che ben conosciamo vedendoli ad ogni ora del giorno in tv più che nei laboratori di ricerca o in prima linea in corsia. Quando ad ognuno di loro chiediamo: “Quando finirà la clausura?” (lo abbiamo fatto anche noi su queste colonne), la risposta gira più o meno intorno a questa certezza: “Boh...”.

Mi sembrerebbe saggio che un qualsiasi governo non si appoggi nelle sue decisioni esclusivamente su questi granitici pareri e cominci almeno ad immaginare modi e tempi di uscire da questa clausura assoluta. Un primo spiraglio l'ho letto proprio nelle parole dello stesso Conte che aveva concesso una intervista al quotidiano spagnolo El Paìs, dove ha spiegato che il blocco quasi totale delle attività produttive “è una misura molto dura economicamente. È l'ultima che abbiamo preso e non può essere prolungata troppo a lungo”. Una frase un po' scontata: il governo non ha le risorse necessarie a tamponare la crisi economica per un periodo troppo lungo. Ma sembra anche che non abbia una sola idea in testa sul domani, e certo questo è assai meno rassicurante. Gran parte della nostra classe dirigente sul punto sta balbettando, con la sola eccezione di due politici: Matteo Renzi e Carlo Calenda che qualche idea sul domani hanno almeno proposto. Si sono presi (più Renzi di Calenda) mille fischi, perché siamo diventati forse nella follia della clausura che qualche problema mentale sta causando, un paese di gendarmi feroci dell'“#iorestoacasa”. In modo improprio anche giornali e giornalisti si sono intestati questa campagna educativa verso i renitenti alla clausura totale (che per altro ha forzature costituzionali di tutta evidenza). Ogni giorno ripetono un mantra che non dovrebbe fare parte della nostra professione (a noi tocca al massimo raccontare che il governo chiede di restare a casa e di non fare questo o quello), e chiunque dica una cosa diversa viene pubblicamente linciato. È una deriva triste presa dal paese, ma testardamente insisto: compito di una classe dirigente oggi è disegnare un percorso di uscita da questa situazione, non limitarsi a ripetere come un pappagallo “State a casa, state a casa!”. Per altro alcuni limiti imposti mi sembrano assurdi, come quelli che consentono di portare fuori a spasso un cane e non un bambino che dovrebbe restare recluso mesi. O quelli che mettono all'indice se pizzicati nella stessa passeggiata due coniugi perché uscire si può da soli anche se con il partner dormi nello stesso letto tutte le notti. Sono cose senza senso, per altro senza alcun pericolo per la comunità: madre e figlio o marito e moglie hanno la stessa possibilità di contagiare gli altri (se portatori sani del virus) in coppia o da singoli.

Esagerazioni a parte, c'è un tema serio su cui insistiamo da giorni: quello economico. Il governo se lo è ovviamente posto, adottando misure assolutamente insufficienti rispetto al danno causato all'intera economia del paese con i suoi decreti di clausura. Se vogliamo essere equi, se tu con una tua decisione mi causi un danno da 100 miliardi al mese, devi risarcirmi l'intero danno. Ma sappiamo che l'Italia non ha né le risorse né l'autorevolezza politica e istituzionale in questo momento per ottenere prestiti in grado di fare questo. Quindi la soluzione obbligata è quella di cercare di ridurre quella perdita incolmabile almeno facendo ritornare alla produzione se non tutti i settori almeno una parte di quelli chiusi nelle aree del paese dove i numeri dell'epidemia sembrano più contenuti. Si dice che non si può, e non è vero. Perché è di tutta evidenza che alcuni settori non sono mai stati chiusi: industria alimentare e sanitaria e rete di distribuzione dei prodotti prima di tutti. Li lasciamo lavorare perché abbiamo bisogno di quei prodotti e chissenefrega di quei lavoratori (si becchino tutti il coronavirus), o quelle attività sono restate aperte garantendo la salute di chi le fa e mettendo quei luoghi in grande sicurezza? Se la risposta è la prima si commenta da sé. Ma se è la seconda, allora si può fare anche per altri. E non capisco perché il governo non abbia inserito nei suoi mille decreti la condizione per tutte le attività chiuse di mettere in grande sicurezza gli ambienti di lavoro per potere riaprire quanto prima. Anche solo scrivere una indicazione così darebbe fiducia e un'idea del domani meno nebulosa di quella che c'è oggi. È invece fondamentale tracciare una strada, più ancora che buttare nella mischia qualche manciata di soldi per sfamare chi oggi non è in più in grado di farlo con le sue risorse.

Intendiamoci, è una scelta giusta quella appena compiuta dal governo, ma c'è una deriva pericolosa che su quella base sta prendendo piede: quella di allargare il reddito di cittadinanza a un reddito di emergenza. Si sfamerebbero le persone, ma non lo si potrebbe fare che per poche settimane. Ma fallirebbero nel frattempo gran parte delle aziende che davano loro la certezza di un lavoro. Sono quelle che vanno salvate più del piatto di minestra, e quindi lì vanno dirottati i soldi come hanno fatto tutti gli altri paesi del mondo, anche caricando sulle spalle pubbliche una quota maggioritaria degli stipendi entro un certo tetto. In quel modo per altro si salverebbe almeno in parte il gettito fiscale che altrimenti verrebbe azzerato. Di questo abbiamo bisogno, non di altro.

Franco Bechis 

Braille News edizione n. 14 del 04.04.2020 contattaci per ricevere la tua copia